Paul Simon: So Beautiful or So What

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Pochi altri artisti hanno avuto la fortuna (e il talento) di segnare con il proprio lavoro diversi momenti della storia recente, riuscendo a diversificare efficacemente la matrice della propria musica senza intaccarne minimamente l’impronta creativa. Ci si riferisce al periodo d’oro del duo con Art Garfunkel e a quello immortalato fondamentalmente in quel robusto capolavoro di crossover intelligente e raffinato che è l’album Graceland.

Paul Simon è capace di arrivare con l’immediatezza della musica e l’intuizione del poeta a toccare il cuore di chi ascolta, e in questo nuovo lavoro affronta con spirito pragmatico temi come il significato della vita, Dio e l’amore, senza perdere mai l’occasione per farne un momento di riflessione originale e interessante, trattandoli con l’inconfondibile leggerezza e lo humour lieve di un settantenne dallo sguardo fresco, sensibile alla bellezza ma anche a conflitti terreni come la guerra in Iraq.

La scrittura dell’album è stata affrontata nella semplicità di voce e chitarra come ai tempi dei suoi primi dischi e la produzione di Phil Ramone valorizza con pochi tocchi efficaci dieci canzoni che segnano un nuovo momento importante nella lunga carriera di questo grande musicista.

Anche in questo caso è evidente in più punti l’influenza della musica africana, ma la varietà delle influenze è alla base di un lavoro in cui si passa senza perdere colpi dagli arrangiamenti orchestrali a crossover acrobatici fra gighe irlandesi e ritmiche a base di tabla indiane. Il basso praticamente non compare per scelta dichiarata dell’autore, ma poco ne soffre l’ascolto: corde e percussioni riempiono il settanta per cento del panorama e le chitarre di Paul Simon sono quasi sempre il punto nodale, sia nel breve spot da solista della raffinata “Amulet” che in ritmiche originali e interventi melodici di raro gusto. Sempre ricco e incisivo il suono delle acustiche, scarno e cristallino quello delle elettriche, con eleganza e finezze che hanno pochi altri riscontri, uno fra tutti Ry Cooder con cui condivide senz’altro l’amore per il rock’n’roll e la musica etnica a largo raggio.

Nel riff della title-track, Simon cita se stesso e l’introduzione della celeberrima “Mrs Robinson”, ricordandoci indirettamente che l’arte, come l’amore, è al di là dei vincoli del tempo e che anche una semplice canzone può essere – umilmente – immortale. Ognuno di noi ne conosce qualcuna.

Stefano Tavernese

 

(Concord/Universal)


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