Al Foster: tra passato e futuro

di Silvia Beccari; foto di Carlo Adamoli e Sergio Carrara

N°140

 

Nella magica atmosfera della sala concerti al primo piano della torre difensiva cinquecentesca, che fa parte del complesso della cinta muraria estense, si è tenuto il concerto di inaugurazione della stagione invernale del Jazz Club Ferrara. Ospite di riguardo il quartetto del grande batterista Al Foster, accompagnato da Eli Digibri al sax, Aaron Goldberg al pianoforte e Doug Weiss al contrabbasso. Alla fine di un primo set incandescente, ci siamo avvicinati ad Al Foster, sempre sorridente, che ha accolto le nostre domande come un rito che ormai gli è ben noto, accettando volentieri di ripercorrere insieme a noi la sua carriera musicale.
La sensazione è di rivivere un pezzo di storia del jazz, attraverso le sue parole, mai scontate e sempre calde e sincere. Lo sentiamo un po' stanco e ci dice che sta pensando seriamente di venire a vivere in Italia:"Forse tra un paio d'anni, con mia moglie, compreremo casa in Toscana". Lo incalziamo con le domande e gli chiediamo di raccontarci tutto dall'inizio. Dice di aver incominciato a suonare la batteria all'età di 5 anni, grazie ad un regalo di Natale decisamente azzeccato. A 13 anni viene folgorato, ascoltando una registrazione di Max Roach alla radio, e decide seriamente di intraprendere la professione di batterista. Si ritrova a New York a 17 anni, in un periodo storico per il jazz, decisamente frizzante e ricco di occasioni (siamo negli anni '60).
Nella Grande Mela viene ingaggiato nel gruppo del sassofonista Illinois Jacket, con cui inizia il suo primo tour, che tocca città come Los Angeles e S. Francisco. Passerà poi 5 anni a New York, dove suonerà con i grandi protagonisti di quegli anni: i trombonisti Kai Winding e J. J. Johnson, il pianista Thelonious Monk e tanti altri. Un momento importante per Al Foster è sicuramente l'incontro con Miles Davis, con cui instaura un sodalizio duraturo, che si trasforma ben presto in profonda amicizia. Chiediamo al batterista di evocare un ricordo di Miles e lui non può far a meno di ripensare agli ultimi giorni in cui lo ha visto all'ospedale, incredulo di fronte alla malattia, mentre tenendogli la mano gli dice che avrebbero presto suonato insieme. Al è sempre molto restio a parlare di Miles, ma si capisce che lo fa per il grande rispetto e la stima sia per il musicista che per l'amico. Dice: "Era un genio, un band leader esigente, che voleva spesso sperimentare nuove strade. Essere un sideman con lui non era facile, dovevi capire al volo quello che voleva tu suonassi".
Fa un salto e torna nel presente e ci racconta della sua famiglia: "Ho quattro figlie femmine e un maschio, Brandon, che suona la batteria, ma preferisce giocare a basket. Ho appena finito di registrare un pezzo dedicato a lui (che ci ha poi fatto sentire nel secondo set), in gruppo con John Scofield, Joe Lovano e Dave Holland (inserito nell'album Oh!, pubblicato dala Blue Note nel gennaio 2003, ndr). "Ho cercato di mantenere un suono che richiami lo stile degli anni '60, portandolo in una direzione nuova, mantenendo però un equilibrio tra passato e futuro, ma lasciando molto spazio alla spontaneità soprattutto negli assolo". Si sente un musicista 'viziato' e spiega perché: "Ho accompagnato grandi jazzisti e per me suonare con loro è sempre stato un divertimento, oltre che una passione. Solo tre settimane fa ero a New York e ho suonato con McCoy Tyner". Aggiunge: "Avere un gruppo con giovani musicisti ed essere un band leader è molto bello, ma trovo che i musicisti di oggi manchino di originalità, pur suonando ad un livello qualitativo molto alto".

Silvia Beccari


 

BANDINI E LO STILE DI AL FOSTER
Tra gli spettatori del concerto abbiamo la fortuna di incontrare un altro illustre batterista, Ellade Bandini, che ci ha confidato: "Ho conosciuto Al Foster a New York nel 1981, quando suonava al Village Vanguard nel trio di Hank Jones, con Eddie Gomez al basso. Andai ad ascoltarlo incuriosito, perché Kenny Washington mi aveva detto che, per lui, il trait d'union tra passato e futuro era proprio Al Foster. L'impressione che ho avuto è che non abbia cambiato nulla da allora. Usa sempre i piatti inclinati e sistemati in alto, con i tamburi che hanno quasi un percorso obbligato. Mi ricordo che al Village Vanguard suonò tutta la sera nascosto da una colonna, e che solo alla fine del concerto, quando Hank Jones lo presentò, si alzò a salutare il pubblico e anch'io lo potei vedere, dopo averne apprezzato il sound". Gli chiediamo un'opinione sul modo di suonare di Al Foster e ci risponde: "Senz'altro è tuttora uno dei più grandi maestri della batteria. Da un punto di vista tecnico, negli assolo non è completamente istintivo, ma esegue dei patterns personali, sia melodicamente che visivamente, rimanendo sempre originale. Quando accompagna usa ostinati ritmici, ripetitivi, spostando gli accenti in modo che non cadano nei quattro quarti, ma nel terzo quarto; così crea un percorso per cui gli altri musicisti del gruppo vengono stimolati dai suoi spostamenti. È il famoso tre nel quattro jazzistico, che tutti i musicisti di jazz suonano naturalmente, ma che nessuno riesce a spiegare bene".

s.b.